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I tedeschi non andranno troppo oltre nel difendere le proprie immagini?

Chi cerca foto delle città tedesche su “Google Street View” al momento non otterrà un granchè: il gigante di internet ha incontrato degli ostacoli, quando ha mandato le sue famose macchine dagli “otto occhi” per scattare là foto in 3D. Il governo ha deciso che Google potrà si offrire i propri servizi, ma dovrà rendere irriconoscibili le abitazioni se gli inquilini lo richiederanno. In questo contesto, il blog tedesco Carta mette sotto la lente di ingrandimento il nostro rapporto con le nostre fotografie. Dovremmo considerarci “proprietari” delle nostre foto?

No Photo! - Vinnie Bezoomny / Flickr (cc)

I diritti di “personalità” sono sempre più difesi come una proprietà indiscutibile, come il copyright di se stessi in pubblico. Il nuovo motto è: non far fotografare né te stesso né la tua proprietà! Perciò ora potrebbero non essere fotografate neanche le strade. Si ha dunque l’impressione che il pubblico debba essere nascosto al pubblico.

Quando stasera intorno alle 8 ho tirato fuori la mia macchina fotografica e l’ho puntata verso le tre guardie di sicurezza all’entrata principale della Paul-Löbe-Haus, invece di una posa, ho scatenato tra i collaboratori dell’amministrazione del parlamento minacciati dalla fotografia un allarme moderato.

Nella luce del tramonto il gruppo assorto sincronicamente nei tascabili formato mattone che in altri mondi legge con dispositivi di rilevazione, formava una scena tranquilla, pacifica e un po’ ilare, dalla quale però improvvisamente è spuntato fuori un drago multiteste che con le sue protuberanze infuocate mi è saltato addosso. Non potevo fare fotografie lì, non avevo mai “sentito parlare dei ‘diritti di personalità’?

Devo ammettere che per me è stata una novità. Il divieto di scattare la foto non era assolutamente dovuto alle misure di sicurezza, ma piuttosto al fatto che un uomo non voleva essere fotografato mentre leggeva in pubblico. E nemmeno (come ho potuto  capire dalla conversazione con lui) perché aveva fatto qualcosa di segreto, vietato o immorale, ma perché voleva proteggere la “propria personalità”.

Il collega non è stato così tanto articolato, ma aveva letto attentamente il suo tabloid quotidiano: non ci si deve far fotografare da nessuno proprio come non si deve far fotografare il giardino davanti casa. Si, il motto parla chiaro: non far fotografare né te stesso né la tua proprietà!

Suona un pò come quello che Kant ha definito un “imperative categorico” – un rigido mandato, per cui  “un’azione si presenta come necessaria per se stessa, senza relazione con nessun altro fine, come necessaria oggettivamente.” Da distinguere nettamente da “l’imperativo ipotetico”che è la messa in opera di un’azione, che “è giusta come mezzo per raggiungere altre cose”.

In effetti non si può fare apertamente né sulle pagine culturali borghesi né alle riunioni ( e ancor meno attraverso comunicati del ministero degli interni), a che scopo vietare di riprodurre il visibile, questo divieto delle immagini dovrebbe servire di per se solo negli spazi pubblici– con il riferimento misterioso a “il diritto della singola persona”.

Perciò ci si ferma, in persistente perseveranza su una riserva del diritto di proprietà, che Kant avrebbe sminuito come “metafisica”. Poiché i diritti alla personalità rientrano nell’ambito dei diritti di libertà, questi possono solo essere – seguendo il filosofo di Königsberg – Idee della ragione. Il che significa: i diritti alla personalità al pari dei diritti di libertà non sono definibili in modo sostanziale. Al massimo possiamo presupporre che ci sia “libertà”, poiché altrimenti non sarebbe pensabile una libera volontà, che è necessaria per le azioni morali.

La libertà, scrive Kant nel suo Fondazione della Metafisica dei Costumi (una – un po’ di pubblicità ci vuole – delle più grandi/imponenti opere mai scritte in lingua tedesca!), è una volontà che può agire indipendentemente da cause esterne determinanti. Ma quando il diritto alla personalità è stato scolpito su tavole della legge simili a quelle del monte Sinai come decalogo di quello che deve o non deve essere fatto, la cosa ha più facilmente a che fare con la polizia che non con la libertà di un individuo razionale.

Un' auto di Google Street View alla fiera del CeBIT. Foto: Woozie2010 (cc)

Con la discussione su Google Street View e sui diritti d’autore su se stessi quando ci si muove in pubblico, il concetto di Kant della libera volontà si è trasformato in quello che lui espressamente non aveva inteso: invece di proteggere il diritto alla personalità come diritto “di pensare liberamente” (e cioè non doversi sottomettere a nessuno scopo come mezzo),  qui la personalità viene difesa come proprietà indiscutibile. Non si tratta quindi di “personalità”; al contrario dietro si nasconde la ben nota questione della proprietà, che effettivamente fa scomparire qualsiasi cosa personale, perché questa non è definibile con una proprietà che le corrisponda.

Una ideologia difesa soprattutto dal partito che si considera particolarmente “liberale” e che quindi oggi parla sempre di diritto di proprietà.

Comunque quello che l’agente di pubblica sicurezza mi ha riversato adosso con furia prussiana non era un imperativo categorico, ma un ipotetico ordine formulato nell’assoluta certezza dell’esistenza di un senso comune secondo cui non ci si vuole far fotografare perché altrimenti esiste il pericolo di perdere la proprietà di se stessi. Quindi quello che lui ha chiamato “diritto alla personalità” non  indica il “diritto” di essere una “personalità” (cosa che naturalmente gli concedo di cuore), ma solo quello di diventare una personalità. Sfortunatamente, questo ha molto a che fare con un sistema educativo che ora meno che mai è basato sulla la differenza sottile che Kant stabilì tra “insegnato” e “chiarito”, vale a dire riflettere su un animo che pensa autonomamente.

Il decisione finale di non poter fotografare una strada perchè vi si muovono degli uomini che si definiscono come proprietà di se stessi, perchè difendono la loro proprietà o perchè vogliono che il diritto di utilizzo della loro proprietà sia acquisito, scaturisce dalla stessa logica di sfruttamento dei burka neri, che disconoscono tutti i diritti della persona velata di poter essere una persona pubblica.  Si, soprattutto essere una “persona” – il cui status estratto dalla famiglia e dal clan rappresenta in primo luogo un uguaglianza con altre “persone” estratte allo stesso modo.

Anche per la democrazia ateniese la distinzione tra pubblico e privato era costitutiva, e la facciata di una casa era altrettanto poco privata dei tipi che circolavano nella piazza del mercato (leggi sugli insegnamenti dei cinici) – ma si diceva sempre: Mostra il tuo viso! Però quello che accadeva dietro la facciata erano in realtà affari di nessuno altro che della persona in questione.

Potrebbe anche essere che  ciò che accade dietro la facciata di vetro dell’edificio del parlamento sotto occhi di tutti non  riguardi nessuno:  viene visto da tutti – ma non deve essere fotografato da nessuno. Non da ultimo a causa della volubilità del governo federale su questo tema apparentemente si è fatta strada nella mente dei tedeschi come in uno spazio vuoto l’idea che la norma del momento sia un severo divieto di fotografare.

Si ha l’impressione che il pubblico debba essere nascosto al pubblico. Allora ci si chiede: in realtà di che cosa ci vergognamo noi tedeschi?  Forse delle nostre proprietà?

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  1. Ist unser eigenes Abbild unser "Besitz"?

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